La bellezza e la cura
DIDANTE ZINI
Portare il proprio contributo e una testimonianza al mondo della cultura. Una sfida per il vescovo Castellucci, che domenica 3 marzo è stato invitato a tenere una lunga riflessione ai partecipanti al Congresso nazionale della Società italiana per i disturbi alimentari, anoressia e bulimia nervosa, che si è tenuto a Modena.
Il tema della relazione era sfìdante, «bellezza e cura», mentre la malattia grave è piuttosto associata ad altre categorie: fatica, impegno, dramma.
Eppure la tradizione cristiana, come ha detto il vescovo, nell’incontro con il sottofondo sapienziale greco–latino e con la tradizione ebraica, fornisce un messaggio originale e una buonanovella anche nell’ambito difficile del dolore e della malattia.
I contenuti della bellezza del mondo greco, espressi nella lezione magistrale di Umberto Curi che ha aperto il Congresso, comprendono il sensodell’integrità, della compiutezza; il valore, il coraggio di affrontare la prova; l’agire con una buona finalità; il buono e il vero; il morire per la comunità. Infine cogliere le opportunità giuste nel momento opportuno. Nellatradizione ebraica, la bellezza, «tove», è bello e buono insieme.
Castellucci ha ricordato che in una sola occasione Gesù definisce se stesso «bello e buono», quando si paragona al Buon Pastore, che si offre per la cura del gregge, finoalla morte in croce. Pastore è chi esercita la cura dell’altro: medico, genitori, sacerdote, vescovo, educatori, insegnanti, amministratori. Nel Salmo 23 è la pecora che parla: «il Signore è il mio pastore e non manco di nulla». La bellezza della cura del Pastore, come quella del buon medico, è innanzitutto accompagnamento individualizzato e personale della pecora, che il pastore chiama con il suo nome. È correzione e incoraggiamento, nella valle oscura della malattia, che fa rischiare di far perdere il senso della vita. Il terapeuta, come il pastore di una comunità, cura, persuade, è paziente. La cura, poi, è preparare una festa, mostrare una luce nella valle oscura, una direzione di speranza e di futuro, intravedere un senso nella vita. Infine, un’ultima intuizione folgorante che don Erio ha lasciato: il malato grave stesso diventa protagonista della sua guarigione quando, con l’aiuto del medico o del pastore, scopre che è terapeutico non tanto il perché curarsi, ma per chi curarsi. Scopre che qualcuno lo ama, lo aspetta ed è per questo qualcuno che è importante e vale la pena curarsi.
Il vescovo Castellucci domenica 3 marzo è stato invitato a tenere una lunga riflessione ai partecipanti al Congresso nazionale della Società italiana per i disturbi alimentari, anoressia e bulimia nervosa
